La biblioteca di Dante

«Non abbiamo elementi sufficienti per seguire ordinatamente il progresso dei suoi studi. Agli anni di cui stiamo parlando (1291-95) appartiene la composizione dellaVita nova; e in questa egli cita esplicitamente la Metafisica di Aristotele (XLI, 6), Tolomeo (XXIX, 2), e parecchie volte la Bibbia; e ancora, oltre ai quattro grandi poeti latini, Omero (II, 8; XXV, 9). Ma le citazioni fatte dall’A. stesso non sempre derivano da conoscenza diretta delle opere, come l’assenza di citazioni non prova l’ignoranza di altre. Per restare alla Vita nova, le due citazioni di Omero (IliadeXXIV, 259 e Odissea I,1) derivano l’una dall’Etica di Aristotele, che non è citata, l’altra dalla citata Poetica di Orazio: egli non conosceva il greco, e non c’erano allora, secondo la sua stessa attestazione (Convivio I, vii, 15), traduzioni latine dei poemi omerici; e così gli accenni al calendario “secondo l’usanza d’Arabia… e di Siria” (XXIX, 1) provano ch’egli già conoscesse molto bene l’astronomo arabo Alfragano, benché non lo citi (lo citerà, però, nel Convivio, con esplicito riferimento al libro dell’Aggregazioni de le stelle); e così pure non è citato Boezio, che, come si è visto, poco dopo la morte di Beatrice, lo aveva iniziato agli studi filosofici, e gli aveva suggerito, con la mescolanza di prosa e di versi della sua Consolazione, proprio il modello per il suo libretto amoroso.

Così, in tutta la sua opera filosofico-scientifica egli non cita di s. Tommaso (e l’esaltazione fattane nei canti X, XI, XIII, XIV del Paradiso è la prova più eloquente del particolare studio e amore dedicato all’opera sua) se non il commento all’Eticaaristotelica e la Summa contra gentiles; ma tutta l’opera stessa dimostra – secondo gli studi più attendibili -ch’egli conobbe assai bene sia l’altra Summa, quellatheologica, sia gli altri commenti e ad Aristotele e ai libri della Bibbia, sia opuscoli quali il De regimine principum. Di Alberto Magno, il maestro di Tommaso, cita il commento alle Meteore, i libri De la natura de’ luoghi, De le proprietadi de li elementi, De lo intelletto; ma, scrive il Nardi (La filosofia di Dante, in Grande antologia filosofica, IV, Milano 1954, p. 1156) “egli conosce sicuramente anche altri scritti e segnatamente il commento al De somno et vigilia, e il De natura et origine animae, come appare da raffronti sicuri ed evidenti”; e dai commenti aristotelici di Alberto lo stesso studioso crede “derivino quasi tutte le citazioni ch’egli fa di filosofi arabi, e particolarmente quella di Alpetragio” (ibid., p. 1157: dei filosofi e scienziati arabi l’A. cita – oltre Alpetragio – Algazel, Albumasar, Avicenna, Averroè). Ma il filosofo che l’A. cita incomparabilmente più spesso di ogni altro, si può dire continuamente, è Aristotele, e non soltanto dall’Etica e dalla Fisica, che in InfernoXI, vv. 80 e 101, egli proclama addirittura “sue”, ma da quasi tutte le altre opere, delle quali esistevano almeno due traduzioni latine; e se si aggiungono le altissime lodi che l’A. fece di lui, chiamandolo non solo “il maestro di color che sanno”, ma anche “il mio maestro”, il “maestro e duca de la ragione umana” e “de la nostra vita”, e definendo la sua dottrina “quasi cattolica opinione”, si può affermare che Aristotele fu per l’A. nella sfera del sapere quello che Virgilio fu nella sfera della poesia. Di Platone, invece, non pare avesse conoscenza diretta, fuorché del Timeo. Notissimo gli fu il Liber de causis, già attribuito ad Aristotele (ma non mai dall’A.), riassunto dell’Elementatio theologica del neoplatonico Proclo. Di Cicerone, oltre all'”Amistade” nel luogo su riferito del Convivio, cita il De finibus, il De inventione, il De officiis, i Paradoxa, il De senectute. Di Seneca cita il De benefficiis e le epistole a Lucilio, e a lui attribuisce, come tutti al suo tempo, due opere, De quatuor virtutibus Remedia fortuitorum, che appartengono, invece, a Martino Dumiense (l’A. non pare conoscesse se non il “Seneca morale”: il Seneca tragico è noto invece all’autore dell’epistola a Cangrande). Sono citati, per la scienza medica, i Tegni (cioè la Τέχνή ἰατρική) di Galeno e gli Aforismi di Ippocrate. Degli scrittori ecclesiastici più antichi cita Dionisio Areopagita, s. Agostino, s. Girolamo; degli scolastici, oltre all’Aquinate e ad Alberto Magno, cita Gilberto Porretano e Pietro Lombardo. Da notare l’assenza di citazioni dai mistici (s. Bernardo, Ugo e Riccardo da S. Vittore – quest’ultimo, però, citato nell’epistola a Cangrande Gioacchino da Fiore, s. Bonaventura), autori che senza dubbio dovette conoscere direttamente, e, almeno al tempo della composizione del Paradiso, avere particolarmente familiari. Questa, approssimativamente, la ri-costruzione della biblioteca filosofico-scientifica, e questi gli autori sui quali si formò il mondo dottrinale di Dante. Innanzi ai quali (non sembri superfluo ricordarlo) è da porre la Bibbia – fondamento, guida suprema e norma inderogabile non solo del pensiero teologico, ma di ogni filosofia e di ogni scienza nel Medioevo -, che l’A. possedette interamente come pochi, facendo di essa senza dubbio il nutrimento più sostanziale e del suo intelletto e del suo sentimento.»

Da Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell’Enciclopedia Treccani, voce ‘Dante Alighieri’, 1960. Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/dante-alighieri_(Dizionario-Biografico)/

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